(Un inciso sulla morte)
Dalla certezza alla speranza
In tanti viaggiamo, soli, verso il nulla.
Un Dio ci potrà salvare?
Credere in un Dio ci potrà aiutare?
«Un bianco accecante circonda il mio corpo: le paratie attorno al letto, i camici del personale, le piastrelle e il colore dei muri, le luci al neon, i radiatori che emanano un calore freddo.
Le parole che sento, che non si riferiscono più al futuro ma all'immediato: “vedrà, con questa starà meglio”, si ripetono vuote, superficiali. Non vedo gli altri compagni di stanza, non posso parlare sinceramente con chi amo.
Solo, di fronte agli ultimi brandelli di sogni, vorrei un sorriso sincero, un dialogo profondo.
Ma questo non mi è dato: siamo nell'epoca del possedere e, sto morendo.»
"Diario futuro", mai scritto
L'ultimo alito di vita è stato rimosso: è nato un potente tabù.
La morte è uscita dalle società ricche di oggetti; una parte importante della nostra vita, del nostro essere, non c'è più.
Distacco e rimozione, inganno e segregazione accompagnano l'atto sublime, in cui l'ultimo alito della vita ci abbandona.
Il soffio iniziale, quello che dà la vita, e quello finale, che ci conduce alla morte, vengono banalizzati, nascosti, a volte ridicolizzati.
L'essere uomini e, contemporaneamente, essere bestie non è più riconosciuto.
La paura di entrare in noi stessi, di conoscerci e di prendere coscienza del nostro essere ci attanaglia. Ebbri dell'illusione di essere unici, al centro dell'Universo, abbiamo fatto precipitare il nostro Sé dalla volta celeste agli abissi più profondi.
Se vogliamo riprenderci il nostro posto, è necessario che, con umiltà, ritroviamo noi stessi.
È un percorso difficile, da affrontare coscienti della nostra fallibilità, smorzando, almeno un poco, il lume della ragione e con la consapevolezza che i risultati non ci sono noti.
«In due parole: noi non abbiamo diritto alla certezza. E, proprio per questo, noi abbiamo diritto alla speranza.»(Dario Antiseri, Il filo della ragione)
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