domenica 31 maggio 2026

Malinconia

 MALINCONIA


Velo
di malinconia,

frutti
ormai lontani
si mutano
in nettare.

Sola,
stanca,
raggrinzita,
vestita
dell’ultimo
colore.

Foglia –
ancorata
alla speranza –
ormai svanita.

Lieve soffio
staccherà
il picciolo.

Ultimo
delicato
volo –
senza più
ancora.

Aquilone
senza filo –
torni
alla terra
con un
elegante
passo di danza.

sabato 30 maggio 2026

Il fragile equilibrio tra libertà e comunità

 Il fragile equilibrio tra libertà e comunità

Non una soluzione, ma una tensione da abitare


Mi torna spesso una domanda, leggendo o semplicemente osservando:
quanto l’uomo possa davvero bastare a se stesso.

È un’idea che circola molto, quasi senza essere detta. L’individuo come misura, come punto di partenza e di arrivo. Eppure qualcosa non torna.

Aristotele, nella Politica, parla dell’uomo come di un animale politico. Non è una definizione tra le altre. È quasi una provocazione: l’uomo non è fatto per stare da solo. Non semplicemente perché non conviene, ma perché non corrisponde a ciò che è.

E allora il punto si sposta.

Non è più: individuo o società.
Ma: come stanno insieme?

Perché se l’individuo si chiude, si irrigidisce.
E se la società prende il sopravvento, rischia di schiacciare.

In mezzo, si apre uno spazio instabile.

È forse qui che tentativi come il socialismo liberale acquistano senso. Non come soluzione, ma come tentativo di tenere insieme ciò che tende a separarsi: libertà e giustizia, autonomia e relazione.

Non è una sintesi pacifica. È, semmai, un equilibrio che si muove.

Resta però una sensazione, più che una conclusione.

Che questo equilibrio, da solo, non basti.
Che qualcosa resti sempre fuori fuoco.

La trama delle relazioni umane eccede ogni possibilità di controllo: miliardi di individui, interessi, valori, aspettative, paure.

Forse perché l’uomo non coincide mai del tutto con ciò che costruisce.
Forse perché ogni equilibrio, quando sembra reggere, inizia già a incrinarsi.

E allora la domanda ritorna, leggermente spostata:

non tanto come risolvere la tensione,
ma se non sia proprio questa tensione
a definirci.

mercoledì 27 maggio 2026

Rappresentare è ripetere?

 Rappresentare è ripetere?

Una domanda semplice che, forse, non lo è affatto

C’è un punto, leggendo Sieyès, in cui smetti di pensarlo come un autore della Rivoluzione francese e inizi a sentirlo come uno che sta ancora parlando a noi. Non tanto per le soluzioni che propone, ma per il modo in cui imposta il problema: che cosa significa davvero “rappresentare”?

Siamo abituati a immaginare la politica come una trasmissione: qualcuno parla, qualcun altro esegue. In questa prospettiva, rappresentare sembra voler dire portare altrove una volontà già formata. Ma il passaggio è più complesso: rappresentare significa partecipare alla costruzione di qualcosa che prima non c’era.

Il rappresentante, allora, non è un messaggero. È qualcuno che si assume una responsabilità: contribuire a formare la volontà generale. Non la trova già pronta, non la riceve in consegna. La costruisce insieme agli altri, attraverso il confronto, il dubbio, perfino il cambiamento di idea.

Questa idea diventa più chiara se la si guarda da un’altra prospettiva, apparentemente lontana: l’economia. Sieyès parte da lì. Dal lavoro, dalla produzione, dalla divisione dei compiti. In una società complessa, nessuno può fare tutto. E proprio per questo, dividere il lavoro non è una perdita, ma un guadagno.

La politica, per lui, segue una logica simile. Non perché debba ridursi a tecnica, ma perché deve riconoscere un limite: non tutti possono occuparsi direttamente di tutto. Da qui nasce la rappresentanza. Non come tradimento della volontà popolare, ma come sua forma possibile.

Eppure, questo passaggio contiene un rischio evidente: quello di creare distanza. Se qualcuno decide al posto mio, cosa resta della mia volontà? Sieyès risponde in modo netto: resta all’origine. La nazione non è il risultato della politica, ma il suo presupposto. È l’insieme degli associati che decidono di esserlo, che accettano di stare dentro uno spazio comune.

C’è, in questo processo, un momento quasi invisibile ma decisivo: quello iniziale. Lì, implicitamente, serve l’unanimità — non come regola pratica, ma come fondamento. È il punto in cui si sceglie di far parte dell’associazione. Poi però la politica comincia davvero, e con essa il disaccordo: da quel momento in poi è la maggioranza a rendere possibile decidere.

Tenere distinti questi due piani — ciò che fonda e ciò che funziona — non è solo un esercizio teorico. È una linea sottile: quando si confondono, quando ciò che opera dentro un ordine pretende di ridefinirlo con la stessa leggerezza delle decisioni ordinarie, si perde qualcosa. Non tanto la possibilità di cambiare le regole, ma la misura del loro peso.

Da qui deriva anche la critica alla democrazia diretta, almeno nella sua forma più radicale. Non perché sia sbagliata in principio, ma perché diventa impraticabile quando la società cresce, si complica, si stratifica. A quel punto, l’alternativa non è tra democrazia e rappresentanza, ma tra rappresentanza e paralisi.

E allora il problema si sposta: non più “chi decide?”, ma “come si scelgono quelli che decidono?”. Le elezioni, in questa prospettiva, non servono a trasferire una volontà, ma a riconoscere una capacità. Non eleggiamo qualcuno perché dica ciò che pensiamo, ma perché sappia orientarsi dentro qualcosa che non è ancora completamente definito.

È una visione esigente, quasi scomoda. Perché ci toglie una certezza: quella di poter controllare tutto. Ma allo stesso tempo ci restituisce una domanda più interessante: siamo davvero disposti ad accettare che la politica sia anche un luogo di trasformazione delle nostre stesse idee?

Forse è qui che Sieyès rimane attuale. Non nelle sue soluzioni, ma in questa tensione mai risolta tra volontà e rappresentazione, tra partecipazione e distanza. Una tensione che non si elimina, ma si può solo abitare meglio. E forse anche vigilare: perché quando il confine tra ciò che è stato fondato e ciò che viene semplicemente deciso si assottiglia troppo, la politica smette lentamente di essere uno spazio comune e diventa qualcos’altro, senza dichiararlo.

Il Genio

 IL GENIO


Sfrego la lampada –
Genio,
appari!

Il tempo
passa.

La mente vaga
per paesi
misteriosi.

Musiche,
profumi,
colori
si uniscono –

in mille
forme
catturano
l’anima.

Il genio appare.

Mi unisco
al mondo
dei sogni.

Una fresca brezza
mi saluta
sul sentiero
del ritorno.

martedì 26 maggio 2026

La cultura della specializzazione e la perdita dell’orizzonte

 La specializzazione rappresenta uno dei principi fondanti della scienza moderna, ma la sua progressiva radicalizzazione solleva interrogativi sul piano epistemologico e organizzativo. In termini kuhniani, la “scienza normale” tende a operare entro paradigmi che incentivano la soluzione di problemi circoscritti, rafforzando una dinamica di crescente focalizzazione sul particolare.

Se da un lato ciò consente maggiore precisione analitica, dall’altro rischia di ridurre la capacità di cogliere la visione d’insieme: l’attenzione si concentra sul dettaglio, come accade a chi osserva il dito e non la meta indicata. Ne deriva una frammentazione del sapere, articolato in sottodiscipline spesso poco comunicanti.

In chiave weberiana, questo processo può essere letto come esito della razionalizzazione, che accresce l’efficienza ma contribuisce al contempo a una perdita di senso complessivo. 

Il risultato è una conoscenza che rischia di apparire dispersa, come una molteplicità di elementi privi di un quadro unitario. Da qui una questione di fondo: quale spazio resta oggi per le grandi sintesi teoriche? È lecito chiedersi se figure come Max Weber troverebbero riconoscimento in un contesto accademico sempre più orientato alla micro-specializzazione.

Ripensare l’equilibrio tra analisi e sintesi appare dunque essenziale, affinché la scienza possa mantenere non solo rigore, ma anche capacità interpretativa e orientativa.



venerdì 22 maggio 2026

Clessidra

Clessidra

La potenza,
in alto –
si trasforma,
attraverso l’atto,
in storia.

lunedì 18 maggio 2026

Gorizia e la debolezza del Sistema territoriale

 Gorizia e la debolezza del Sistema territoriale

La definitiva archiviazione del progetto di via Terza Armata rappresenta la conferma di una criticità strutturale già evidenziata nel tempo: la concorrenza non si sviluppa più tra singole attività commerciali, ma tra sistemi territoriali in grado di integrare commercio, servizi e visione strategica.

In questo contesto, Gorizia appare aver progressivamente ridotto la propria attrattività e capacità competitiva rispetto ai territori limitrofi, che hanno saputo strutturarsi in modo più organico. Non si è infatti consolidato un equilibrio tra piccolo commercio, grande distribuzione ed ente pubblico, né si è sviluppata quella necessaria collaborazione strategica più volte richiamata.

Le ricadute riguardano non solo il sistema economico, ma anche la qualità dei servizi offerti ai cittadini e la complessiva vitalità urbana. Il commercio, infatti, costituisce un elemento essenziale per la tenuta e lo sviluppo del territorio.

Va inoltre rilevato come, nel tempo, l’assenza di scelte strutturali sia stata talvolta accompagnata da politiche orientate più alla gestione del consenso che alla costruzione di prospettive di sviluppo, con effetti di sostanziale immobilismo economico.

Lucio Ulian

                                                                                                                                                                               18, maggio, 2026


sabato 16 maggio 2026

Epidauro

Epidauro

Immagini,
strati
di storia –

risuonano
dal palcoscenico
eterno.

lunedì 11 maggio 2026

Bandiera Rossa

Ammainata

nei

nostri
cuori.

Come
una foglia
d’autunno –
giaci
fra
ricordi
indistinti.

Forse qualcuno
ti brucerà,
dimenticata
fra indistinto
pattume.

Forse,
in molti,
già sei
nutrimento
per il seme
della
speranza.

In me rimani
nel fuoco
di uno spirito
mai domato.

Voglio ancora
vedere
la tua luce
spaccare le tenebre,
con il bagliore
della dignità.

martedì 5 maggio 2026

Nebbia

Nebbia.

Solo –
oltre a me,
soffice vapore,
dolce oscurità.

Inebriato
dalla solitudine,
cerco
un nuovo mondo.

Tutto intorno
la realtà
guarda
e aspetta.

Mi tuffo
nel mistero
dell’anima.

domenica 3 maggio 2026

Pioggia

 

Pioggia

Un senso di stanchezza
mi circonda –
tutto mi sembra morto –
piove.

Casa dolce casa

 Nel 2001 vivevo a Gorizia ed ero consigliere comunale, eletto nelle liste dell’Ulivo.

Questo intervento venne pubblicato sulla stampa locale. Lo ripropongo oggi perché resto convinto che, al di là di chi vinca o perda le elezioni, al di là dei comportamenti degli “altri”, ciascuno di noi abbia il dovere di indignarsi di fronte a ciò che lede la dignità umana.

“Marta vive sola. Paga 900.000 lire al mese per quaranta metri quadri. L’alloggio è ammobiliato, ma i mobili sono praticamente a pezzi.
Francesca è “più fortunata”: paga 600.000 lire per una stanza di venti metri quadri, con letto, scrivania e armadio. I servizi igienici sono in comune.

Federica, divorziata da poco e sfrattata, ha trovato una sistemazione in quaranta metri quadri ricavati all’interno di una villa. Paga 700.000 lire al mese. Le sono stati chiesti oltre otto milioni di anticipo e 300.000 lire della pigione in nero.

Luana, single, pagava 600.000 lire mensili in nero per un appartamento di settanta metri quadri. Da due anni le promettevano un contratto che non arrivava mai. Un giorno, senza motivo, l’affitto è stato aumentato a 800.000 lire.
Anna, anziana con una pensione minima, ne paga 700.000 per un alloggio senza riscaldamento e con un impianto elettrico fatiscente.
Marco, divorziato, paga anch’egli in nero 700.000 lire per trenta metri quadri.

La cosa più odiosa è che “in nero” significa spesso non poter avere il telefono, un campanello, una cassetta postale. Significa vivere clandestini in casa propria.

Ancora meno fortunate sono le persone arrivate da terre lontane, dopo lunghi peregrinare in cerca di un tetto. Qualcuno ha trovato un “buon samaritano”: un giovane operaio albanese paga 800.000 lire al mese per quarantacinque metri quadri senza riscaldamento, con muffa e perdite d’acqua. Può però dirsi fortunato, se confrontato con Léopold, senegalese di trent’anni, che ne paga 900.000 per sessanta metri quadri, anch’essi senza riscaldamento, con muffa e spandimenti vari.

No, non sono esempi tratti da un romanzo di Victor Hugo né da un cartone animato dei Simpson. Sono fatti, vicende accadute nella nostra Gorizia. E questi non sono che alcuni esempi di situazioni ormai troppo diffuse.
I nomi sono inventati: reperire informazioni più precise è stato difficile. La minaccia di restare senza un tetto è troppo grande. Chi cerca casa condivide spesso una stessa dignità: è disposto a pesanti sacrifici pur di garantirsi un rifugio. Urgenza e bisogno li rendono facili prede di individui senza scrupoli che, come sciacalli, si avvantaggiano delle disgrazie altrui.

Oggi come allora, noi cittadini abbiamo una responsabilità: se vogliamo che Gorizia conservi la sua cultura civile, non possiamo permettere che tutto questo diventi senso comune. Dobbiamo condannare comportamenti che, se ignorati, renderebbero la nostra città più misera.
E noi questo non lo vogliamo.

Gorizia, 7 dicembre 2001”


Rileggo oggi questo intervento del 2001 con la convinzione che l’indignazione, quando riguarda la dignità delle persone, non abbia data di scadenza.


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sabato 2 maggio 2026

 La carovana dei facchini

-Gorizia-

Ombre
del passato.

Cerchio
che si muove.

Voci,
eco remoto.

Sguardi solitari,
pieni di
libertà.

Forza
che esplode.

Sudore
impregna
vecchie maglie.

Mare
di sacchi
su schiene
dritte:
come grani
di sabbia
diventano
dune.

Orgoglio
sprezzante
verso
i potenti,
derisione
della vacua
ricchezza.

Incessante
vento
del tempo:
tutto muta,
tutto trasforma.

Ombre
del
passato –
vi ho visto,
come un tempo,
nell’atrio
della stazione:
un cerchio di facchini
che attendevano
una chiamata.

In quel cerchio,
fra quegli sguardi
orgogliosi,
pieni di libertà,
ho visto
i miei occhi.

Un brandello
di gioventù
vagherà –
senza fine –
con quello sguardo.


Voci da lontano

 Era il ’68. Frequentavo la seconda media e durante l’ora di francese un rumore insolito mi distolse dalla lezione — non fu una gran fatica.

Sembravano voci lontane.

Rimasi ad ascoltare mentre quel suono si avvicinava. Le grida corali crescevano e, quasi senza accorgercene, anche il resto della classe cadde nel silenzio.

Avrei voluto essere là fuori, in mezzo agli studenti delle scuole superiori che gridavano i sogni di un mondo che cambiava.
Ricordo che la manifestazione chiedeva l’installazione di un acceleratore di particelle, un sincrotrone sul Carso goriziano: lavoro, futuro, possibilità per molti giovani.

Poi, lentamente, il rumore passò oltre, portandosi dietro sogni, passioni, speranze.

Negli anni, molti di noi sono stati attraversati da quel vento. A me accade ancora di sentirlo, come una carezza.
Di quel periodo conservo molti ricordi e, a volte, mi concedo il piacere di rievocare il ritmo incalzante degli slogan che fanno ancora battere il cuore.

Uno, più di tutti, è rimasto con me:

«Ce n’est qu’un début, continuons le combat!»
Non è che l’inizio, continuiamo a combattere.