Dracula e l’Altro
Guardare senza vedere
“[…] ci sono valide ragioni perché le cose stiano così,
e se voi vedeste con i miei occhi e sapeste le cose che so
io, probabilmente capireste di più […]”
“Qui siamo in Transilvania, e la Transilvania non è l’Inghilterra.
I nostri modi di vivere non sono i vostri,
e molte cose qui vi sembreranno strane […]”
da “Dracula” di Bram Stoker, diario di Jonathan Harker
Jonathan Harker, da buon impiegato dell’Inghilterra di fine Ottocento, nell’incontro con Dracula utilizza gli schemi comunicativi e interpretativi propri della sua cultura, senza soffermarsi davvero su colui che ha di fronte. Ignora, o dà per scontata, la sua storia, la sua visione del mondo e ciò che sta provando.
Confonde quelle poche, ancorché profonde, parole proferite dal Conte, con l’eloquio routinario al quale era abituato, perdendo l’essenza di quell’incontro. Forse era già troppo tardi, il non aver capito subito chi avesse di fronte fu, per lui, fonte di molti guai.
Dracula, ricco della sua cultura che si perdeva nei secoli, nelle sue parole, suggerisce una verità fondamentale: le cose cambiano a seconda dello sguardo con cui vengono osservate.
“Se voi vedeste con i miei occhi” significa proprio questo: provare a guardare il mondo dalla prospettiva dell’altro. E, continuando, con: “(se)sapeste le cose che so io” rimanda a un vissuto diverso, a un insieme di esperienze e di significati che non possono essere dati per scontati.
Il Conte, successivamente, quando afferma: “Qui siamo in Transilvania, i nostri modi di vivere non sono i vostri”, mette in evidenza che l’incontro era anche tra due modelli culturali profondamente diversi; quello razionale e ordinato dell’Inghilterra e quello misterioso e stratificato dei Carpazi.
E proprio qui avviene qualcosa di interessante: il “mostro” mostra tutta la sua umanità. È lui a riconoscere la difficoltà dell’altro, ad anticiparne lo spaesamento e ad accogliere la distanza: “molte cose qui vi sembreranno strane”.
Dracula impartisce una lezione. Il suo mondo scomparirà, ma la sua voce resta. Un invito a sospendere il giudizio, a riconoscere che ciò che ci appare “strano” è spesso solo “altro”.
E forse è proprio lì, in quella distanza, che inizia la vera comprensione.
È da chiederci: “siamo davvero capaci di incontrare l’altro senza gli occhiali deformanti dei nostri schemi, o continuiamo, come Harker, a guardare senza vedere?”
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