La mela avvelenata
È una storia che sembra piccola: un ragazzo ruba una mela. Poco più di un gesto distratto, forse dettato dalla fame, forse solo una sfida. Edgar Lee Masters, nell’Antologia di Spoon River, ci suggerisce che non è il gesto a decidere davvero chi siamo, ma lo sguardo degli altri.
Aner Clute lo dice senza alzare la voce, con una lucidità che arriva solo dopo essere stati giudicati abbastanza a lungo:
“È il modo in cui la gente giudica il furto della mela che rende il ragazzo ciò che è.”
(Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, “Aner Clute”)
L’oggetto del furto, e il furto stesso, diventano secondari, è il giudizio ad essere centrale.
E questo giudizio non è mai frutto di verità assolute. È filtrato da scorciatoie mentali, da etichette rapide, da distorsioni cognitive (bias) che ci fanno vedere ciò che ci aspettiamo di vedere. Se qualcuno viene chiamato “ladro”, cominceremo a notare solo ciò che conferma quell’idea. Il resto svanisce, diventa irrilevante.
Poi succede qualcosa di più sottile, e più potente. È l’effetto Pigmalione (Robert Rosenthal) dove le aspettative non si limitano a descrivere la realtà, la modellano. Trattiamo una persona come se fosse già ciò che temiamo, o crediamo essa sia e, passo dopo passo, quella persona, finisce per diventarlo davvero.
Inizia con una mela, una parola e il susseguirsi di sguardi e parole che si ripetono, e la paura si concretizza, il mostro è creato.
Una domanda deve sorgerci negli attimi di lucidità:
“siamo noi che produciamo i mostri che poi condanniamo?”
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