sabato 27 giugno 2026

L'arte di perdere in nome della coerenza

L'arte di perdere in nome della coerenza

Nella storia della sinistra, le divisioni interne sono state una costante. Un fenomeno che emerge quando ideali e interessi non riescono più a trovare un punto di equilibrio, quando la rappresentazione di concetti astratti finisce per prevalere sul confronto con i bisogni materiali e concreti delle persone.

A questo si aggiunge un altro elemento: la competizione interna per il potere. Ambizioni personali, orgoglio, ricerca di riconoscimento e conflitti tra leadership si combinano in una miscela che spesso conduce alla frammentazione del gruppo. Così, paradossalmente, l'obiettivo comune arretra, mentre avanzano dinamiche che finiscono per favorire posizioni e interessi opposti a quelli dichiarati.

La responsabilità delle conseguenze ricade soprattutto su coloro che trasformano la propria visione politica in un principio non negoziabile anche laddove sarebbe possibile mediare. In nome della purezza delle idee, rinunciano alla ricerca di sintesi e compromettono la possibilità stessa di realizzare i cambiamenti che rivendicano. Dopotutto, le trasformazioni sociali e politiche non si concretizzano nelle dichiarazioni di principio, ma nella capacità di conquistare consenso e incidere nei rapporti di forza.

Sul tema sono illuminanti due brevi riferimenti letterari.

Nel racconto Un increscioso incidente, contenuto in Gente di Dublino, James Joyce descrive con ironia la frammentazione di un partito socialista irlandese:

«[...] Le raccontò di avere frequentato per diverso tempo le riunioni di un partito socialista irlandese, dove si era sentito una figura isolata, tra una ventina di rudi operai, in una soffitta illuminata da una insufficiente lampada a olio. In seguito, quando il partito si era diviso in tre sezioni, ciascuna col proprio capo e relativa soffitta, aveva rallentato la sua assiduità [...]»

Anche Arundhati Roy, nel memoir Il mio rifugio e la mia tempesta, richiama una dinamica simile raccontando la parabola politica di alcuni protagonisti della rivoluzione nepalese:

«La mia prima compagna di stanza fu Hisilia Yami, una nepalese che in seguito, insieme a suo marito, Baburam Bhattarai, un dottorando della nostra università, avrebbe guidato una ribellione maoista nel suo paese. [...] E poi, naturalmente, le varie fazioni che componevano il governo entrarono in conflitto tra loro, come spesso accade nei partiti comunisti, e tutto crollò.»

I due episodi appartengono a contesti storici e geografici molto diversi, ma rimandano a una medesima questione: la difficoltà di mantenere unito un progetto collettivo quando le differenze interne, le rivalità e le ambizioni prevalgono sulla ricerca di un obiettivo comune.

Il punto, però, non è rinunciare agli ideali né sacrificare la coerenza. Al contrario, si tratta di comprendere che, senza una reale capacità di mediazione e senza un rapporto vivo con la realtà materiale, gli ideali rischiano di ridursi a una forma di autoaffermazione.

Avere ragione, da soli e sempre più soli, non cambia i rapporti di forza. Non migliora le condizioni di coloro che si afferma di voler rappresentare. Non costruisce alternative. La storia insegna che l'intransigenza elevata a valore assoluto finisce spesso per produrre l'effetto opposto a quello desiderato: da strumento di emancipazione si trasforma in fattore di irrilevanza.

E così, mentre si combatte per difendere la purezza della propria posizione, si lascia campo libero ad altri.

Forse il vero metro con cui giudicare la fedeltà alle proprie idee non è la capacità di avere sempre ragione. È la capacità di renderle reali, insieme ad altri.

 


Nessun commento:

Posta un commento