Shitstorm, deindividuazione e disumanizzazione: un “Effetto Lucifero digitale”?
Quando scoppia una shitstorm sui social, la spiegazione più immediata è che le persone coinvolte siano semplicemente cattive o aggressive. Ma quanto conta davvero il carattere del singolo, e quanto invece il contesto in cui si trova?
Le dinamiche di questi episodi ricordano da vicino il pensiero di Hannah Arendt e le ricerche di Philip Zimbardo — pur con tutte le differenze del caso.
Le folle digitali non sono solo irrazionali
L’idea classica di folla è quella di uno spazio dove le persone perdono autocontrollo e lucidità. Studi più recenti hanno vagliato in profondità.
Per Herbert Blumer, il comportamento collettivo nasce da un processo di interpretazione condivisa: le persone osservano cosa fanno gli altri, danno un senso a quello che vedono e costruiscono insieme una lettura comune della situazione.
Nelle shitstorm questo si vede bene. Una frase infelice, un episodio controverso, un comportamento giudicato inaccettabile: in poche ore prende forma una narrazione condivisa che individua un colpevole, ne definisce la colpa e stabilisce, quasi senza che nessuno lo dichiari esplicitamente, quali reazioni sono “giuste”.
Come nascono le regole della folla
Turner e Killian hanno chiamato questo meccanismo teoria delle norme emergenti.
Nella folla le regole sociali non spariscono: se ne creano di nuove, sul momento. Alcuni utenti più visibili danno il tono alla discussione, altri li seguono, i commenti che ricevono più consenso vengono ripresi e amplificati. Passo dopo passo emerge una norma condivisa.
Quello che all’inizio sembrava eccessivo diventa accettabile. Quello che sembrava già abbastanza può iniziare a sembrare insufficiente. Il gruppo, senza che nessuno lo decida a tavolino, sposta il confine di ciò che è considerato legittimo.
Quando la responsabilità si disperde
C’è poi un elemento in più, tipico del digitale: chi scrive è lontano dalla vittima, protetto da uno schermo che lo rende poco individuabile. Anche per questo la responsabilità si sente dispersa.
È il fenomeno della deindividuazione, che Philip Zimbardo descrive nel suo L’effetto Lucifero. Quando una persona si sente parte di una moltitudine — e schermata dagli altri — il senso di responsabilità personale si affievolisce. L’attenzione si sposta dall’azione individuale a quella del gruppo.
Chi partecipa a una shitstorm raramente si sente responsabile dell’attacco nel suo insieme e delle sue conseguenze: il proprio commento è uno fra migliaia. Spalmata su una massa di persone, la responsabilità diventa quasi invisibile.
La vittima diventa un simbolo
C’è poi un passaggio ulteriore, forse il più inquietante.
Perché l’aggressione collettiva possa crescere, la persona colpita deve smettere di essere percepita come tale — con le sue emozioni, le sue relazioni, le sue fragilità. Viene disumanizzata: diventa un oggetto non più degno di dignità, il simbolo di una colpa, di un errore, di una categoria da condannare.
È il meccanismo che la letteratura chiama disumanizzazione. Quando la vittima diventa un simbolo, è molto più facile giustificare comportamenti che in altre circostanze considereremmo inaccettabili.
Arendt e il giudizio personale: la banalità del male
A questo punto torna utile una riflessione di Hannah Arendt.
Studiando fenomeni storici incomparabilmente più gravi — il nazismo, in particolare — Arendt seguì da vicino il processo a Eichmann a Gerusalemme, e ne trasse un’osservazione spiazzante: il problema non era tanto la presenza di individui eccezionalmente malvagi, quanto la rinuncia al giudizio critico personale. Persone del tutto comuni, in certe condizioni, possono rendersi responsabili di efferatezze inimmaginabili.
Trasportata con tutte le cautele necessarie nel mondo digitale, questa intuizione apre una domanda scomoda: chi partecipa a una shitstorm prova davvero odio o rabbia verso la vittima, oppure si adegua a una lettura della situazione già costruita da altri? Quando una comunità online ha già stabilito chi è colpevole e cosa merita, seguire la corrente è più facile che fermarsi a pensare, capire, discernere.
Un possibile “Effetto Lucifero digitale”?
Sarebbe sbagliato sovrapporre realtà storiche e fenomeni contemporanei così diversi tra loro. Alcuni meccanismi psicologici, però, mostrano analogie sorprendenti.
Da un’altra angolazione: le norme emergenti di Turner e Killian offrono una cornice collettiva che legittima. La deindividuazione di Zimbardo riduce il senso di responsabilità individuale. La disumanizzazione trasforma una persona in un bersaglio simbolico. Le piattaforme digitali accelerano e amplificano tutto questo.
Le shitstorm, viste così, non sono semplici esplosioni di cattiveria individuale, ma fenomeni collettivi che cambiano il modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri e le conseguenze di quello che facciamo.
Il contributo di Arendt e quello di Zimbardo, in fondo, converge su un’unica intuizione: il comportamento umano non dipende solo dal carattere individuale. Arendt ha mostrato dove può portare la rinuncia al giudizio autonomo; Zimbardo ha messo in luce quanto la situazione possa plasmare le condotte.
Le shitstorm digitali ripropongono, in una forma nuova, la stessa domanda di fondo: cosa succede quando il giudizio personale si scioglie nella folla e la responsabilità si disperde tra migliaia di persone?
Forse il rischio più grande non è l’esistenza di poche persone particolarmente aggressive, ma la facilità con cui tante persone comuni possono considerare normale, fare in gruppo, qualcosa che da sole non farebbero mai.
Il quesito che vale la pena porsi, ciascuno per sé, è: “io ne sono immune?”
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