venerdì 21 luglio 2017

La fine






In tanti viaggiamo, soli, verso il nulla. 
Un Dio ci potrà salvare? 
Credere in Dio ci potrà aiutare? 



“Un bianco accecante circonda il mio corpo, le paratie attorno al letto, i camici del personale ospedaliero, le 
piastrelle e il colore dei muri, le luci al neon, i radiatori che emettono un calore freddo. Le parole sentite, che non si 
riferiscono più al mio futuro parlano dell’immediato, “vedrà con questa starà meglio” si ripetono sono vuote, superficiali. 
Non si vedono gli altri compagni di stanza, non posso parlare sinceramente con chi amo. Solo di fronte agli ultimi 
brandelli di sogni, vorrei un sorriso sincero, un dialogo profondo, ma questo non mi è dato, siamo nell’epoca del possedere 
e…sto  morendo."


       L’ultimo alito di vita è stato rimosso, è nato un potente tabù. 
La morte è uscita dalle società ricche (di oggetti), una parte importante della nostra vita del 
nostro essere non c’è più. 
       Distacco e rimozione, inganno, segregazione accompagnano l’atto sublime in cui l’ultimo alito 
della vita ci abbandona. 
       Il soffio iniziale, quello che dà la vita, e quello finale, che ci porta alla morte, sono banalizzati, 
nascosti a volte ridicolizzati. L’essere uomo e contemporaneamente essere bestia non è più 
riconosciuto. 
       La paura di entrare in noi di conoscere e prendere coscienza del nostro essere ci 
attanaglia. Con l’enfatizzazione della razionalità, l’idea di chi siamo, del nostro “Sé” che si trovava al di là della volta celeste, è precipitata negli abissi profondi. 
       E’ necessario che, con umiltà, ritroviamo noi stessi. È un percorso difficile, va affrontato con la coscienze della nostra fallibilità, smorzando, almeno un poco il lume della ragione e sapendo che i risultati non ci sono noti. “In due parole: noi non abbiamo diritto alla certezza. E, proprio per questo, noi abbiamo diritto alla speranza.” (“il filo della ragione” Dario Antiseri) 


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