Clessidra
La potenza,
in alto –
si trasforma,
attraverso l’atto,
in storia.
Gorizia e la debolezza del Sistema territoriale
La definitiva archiviazione del progetto di via Terza Armata rappresenta la conferma di una criticità strutturale già evidenziata nel tempo: la concorrenza non si sviluppa più tra singole attività commerciali, ma tra sistemi territoriali in grado di integrare commercio, servizi e visione strategica.
In questo contesto, Gorizia appare aver progressivamente ridotto la propria attrattività e capacità competitiva rispetto ai territori limitrofi, che hanno saputo strutturarsi in modo più organico. Non si è infatti consolidato un equilibrio tra piccolo commercio, grande distribuzione ed ente pubblico, né si è sviluppata quella necessaria collaborazione strategica più volte richiamata.
Le ricadute riguardano non solo il sistema economico, ma anche la qualità dei servizi offerti ai cittadini e la complessiva vitalità urbana. Il commercio, infatti, costituisce un elemento essenziale per la tenuta e lo sviluppo del territorio.
Va inoltre rilevato come, nel tempo, l’assenza di scelte strutturali sia stata talvolta accompagnata da politiche orientate più alla gestione del consenso che alla costruzione di prospettive di sviluppo, con effetti di sostanziale immobilismo economico.
Lucio Ulian
18, maggio, 2026
Ammainata
nei
nostri
cuori.
Come
una foglia
d’autunno –
giaci
fra
ricordi
indistinti.
Forse qualcuno
ti brucerà,
dimenticata
fra indistinto
pattume.
Forse,
in molti,
già sei
nutrimento
per il seme
della
speranza.
In me rimani
nel fuoco
di uno spirito
mai domato.
Voglio ancora
vedere
la tua luce
spaccare le tenebre,
con il bagliore
della dignità.
Nebbia.
Solo –
oltre a me,
soffice vapore,
dolce oscurità.
Inebriato
dalla solitudine,
cerco
un nuovo mondo.
Tutto intorno
la realtà
guarda
e aspetta.
Mi tuffo
nel mistero
dell’anima.
Nel 2001 vivevo a Gorizia ed ero consigliere comunale, eletto nelle liste dell’Ulivo.
Questo intervento venne pubblicato sulla stampa locale. Lo ripropongo oggi perché resto convinto che, al di là di chi vinca o perda le elezioni, al di là dei comportamenti degli “altri”, ciascuno di noi abbia il dovere di indignarsi di fronte a ciò che lede la dignità umana.
“Marta vive sola. Paga 900.000 lire al mese per quaranta metri quadri. L’alloggio è ammobiliato, ma i mobili sono praticamente a pezzi.
Francesca è “più fortunata”: paga 600.000 lire per una stanza di venti metri quadri, con letto, scrivania e armadio. I servizi igienici sono in comune.
Federica, divorziata da poco e sfrattata, ha trovato una sistemazione in quaranta metri quadri ricavati all’interno di una villa. Paga 700.000 lire al mese. Le sono stati chiesti oltre otto milioni di anticipo e 300.000 lire della pigione in nero.
Luana, single, pagava 600.000 lire mensili in nero per un appartamento di settanta metri quadri. Da due anni le promettevano un contratto che non arrivava mai. Un giorno, senza motivo, l’affitto è stato aumentato a 800.000 lire.
Anna, anziana con una pensione minima, ne paga 700.000 per un alloggio senza riscaldamento e con un impianto elettrico fatiscente.
Marco, divorziato, paga anch’egli in nero 700.000 lire per trenta metri quadri.
La cosa più odiosa è che “in nero” significa spesso non poter avere il telefono, un campanello, una cassetta postale. Significa vivere clandestini in casa propria.
Ancora meno fortunate sono le persone arrivate da terre lontane, dopo lunghi peregrinare in cerca di un tetto. Qualcuno ha trovato un “buon samaritano”: un giovane operaio albanese paga 800.000 lire al mese per quarantacinque metri quadri senza riscaldamento, con muffa e perdite d’acqua. Può però dirsi fortunato, se confrontato con Léopold, senegalese di trent’anni, che ne paga 900.000 per sessanta metri quadri, anch’essi senza riscaldamento, con muffa e spandimenti vari.
No, non sono esempi tratti da un romanzo di Victor Hugo né da un cartone animato dei Simpson. Sono fatti, vicende accadute nella nostra Gorizia. E questi non sono che alcuni esempi di situazioni ormai troppo diffuse.
I nomi sono inventati: reperire informazioni più precise è stato difficile. La minaccia di restare senza un tetto è troppo grande. Chi cerca casa condivide spesso una stessa dignità: è disposto a pesanti sacrifici pur di garantirsi un rifugio. Urgenza e bisogno li rendono facili prede di individui senza scrupoli che, come sciacalli, si avvantaggiano delle disgrazie altrui.
Oggi come allora, noi cittadini abbiamo una responsabilità: se vogliamo che Gorizia conservi la sua cultura civile, non possiamo permettere che tutto questo diventi senso comune. Dobbiamo condannare comportamenti che, se ignorati, renderebbero la nostra città più misera.
E noi questo non lo vogliamo.
Gorizia, 7 dicembre 2001”
Rileggo oggi questo intervento del 2001 con la convinzione che l’indignazione, quando riguarda la dignità delle persone, non abbia data di scadenza.
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La carovana dei facchini
-Gorizia-
Ombre
del passato.
Cerchio
che si muove.
Voci,
eco remoto.
Sguardi solitari,
pieni di
libertà.
Forza
che esplode.
Sudore
impregna
vecchie maglie.
Mare
di sacchi
su schiene
dritte:
come grani
di sabbia
diventano
dune.
Orgoglio
sprezzante
verso
i potenti,
derisione
della vacua
ricchezza.
Incessante
vento
del tempo:
tutto muta,
tutto trasforma.
Ombre
del
passato –
vi ho visto,
come un tempo,
nell’atrio
della stazione:
un cerchio di facchini
che attendevano
una chiamata.
In quel cerchio,
fra quegli sguardi
orgogliosi,
pieni di libertà,
ho visto
i miei occhi.
Un brandello
di gioventù
vagherà –
senza fine –
con quello sguardo.
Era il ’68. Frequentavo la seconda media e durante l’ora di francese un rumore insolito mi distolse dalla lezione — non fu una gran fatica.
Sembravano voci lontane.
Rimasi ad ascoltare mentre quel suono si avvicinava. Le grida corali crescevano e, quasi senza accorgercene, anche il resto della classe cadde nel silenzio.
Avrei voluto essere là fuori, in mezzo agli studenti delle scuole superiori che gridavano i sogni di un mondo che cambiava.
Ricordo che la manifestazione chiedeva l’installazione di un acceleratore di particelle, un sincrotrone sul Carso goriziano: lavoro, futuro, possibilità per molti giovani.
Poi, lentamente, il rumore passò oltre, portandosi dietro sogni, passioni, speranze.
Negli anni, molti di noi sono stati attraversati da quel vento. A me accade ancora di sentirlo, come una carezza.
Di quel periodo conservo molti ricordi e, a volte, mi concedo il piacere di rievocare il ritmo incalzante degli slogan che fanno ancora battere il cuore.
Uno, più di tutti, è rimasto con me:
«Ce n’est qu’un début, continuons le combat!»
Non è che l’inizio, continuiamo a combattere.
Gorizia, dopo GO2025 le elezioni per il comune.
Si sono spenti i riflettori su GO2025. Per Gorizia è stata un’occasione importante, forse irripetibile, per raccontarsi al mondo. Ora però viene il passaggio più delicato: capire se la città saprà vivere di luce propria.
Dal secondo dopoguerra a oggi Gorizia ha attraversato fasi molto diverse. Prima il confine, il muro, le certezze garantite anche da forti sostegni pubblici. Poi la scomparsa di quelle certezze, senza che a esse si sostituisse una nuova visione. Ne è seguita una crisi di identità che la città non ha mai davvero superato.
GO2025 può rappresentare un nuovo inizio, ma solo se non resterà un episodio isolato. I rimasugli del passato vanno custoditi nella memoria storica, non usati come alibi. Gorizia deve ripensare il proprio ruolo in un territorio che oggi la colloca al centro dell’Europa, non più ai margini.
Questo passaggio chiama direttamente in causa le prossime elezioni comunali. Non una scadenza ordinaria, ma una scelta di direzione. Serve una politica capace di guidare, non di galleggiare. Serve un candidato sindaco che rappresenti un nuovo paradigma, non la semplice sintesi di equilibri interni, e una coalizione che guardi al futuro, non al passato.
Se Gorizia saprà avere il coraggio di scegliere, le comunali potranno aprire un nuovo ciclo. Altrimenti GO2025 resterà solo una parentesi.
È un grande piacere tornare nella mia città. Amo sedermi in qualche bar, lungo i controviali del Corso, bere un caffè e scambiare qualche parola con gli amici che incontro. La primavera avvolge tutto: le chiome degli alberi, con le foglie appena aperte, allietano con il loro colore. Gorizia è davvero magica.
Il clima sereno è appena turbato dalla violenza di un decespugliatore a filo che, incurante delle persone sedute a pochi centimetri e delle macchine in sosta, taglia l’erba delle aiuole. Sassolini e lembi di vegetazione vengono scagliati a destra e a manca, colpendo vetture e astanti. È un attimo che passa, poi di nuovo la pace. Almeno fino al successivo passaggio del soffiatore, che provvede a spostare altra polvere e residui di prato sui malcapitati avventori e sulle macchine in sosta.
Sono cose che capitano, piccoli riti ormai codificati, che a Gorizia annunciano la primavera quasi quanto le foglie nuove. E non incrinano la gioia profonda di ritornare dove ho le radici.
I sogni
Fantasmi
nelle profondità
vagano
nell’oceano
dell’anima.
Carne, ossa:
fragile impalcatura
di mondi
sublimi.
I sogni
sopravvivranno
alla materia
che li ha generati?
Prevenzione e territorio
Da evento a processo
La prevenzione è una scelta politica, culturale e sociale. Solitamente viene evocata dopo un’emergenza in discorsi o progetti di rito. Così si riduce a uno strumento per rintuzzare i danni, o peggio, un pretesto per far vedere che qualcosa sia stato fatto.
I rischi per il territorio sono spesso il prodotto di piccoli vantaggi immediati non ponderati. Ad esempio, il costruire in aree soggette a eventi catastrofici con lunghi tempi di ritorno. Il frutto di decisioni mancate, di manutenzioni rinviate, la prevenzione è uno strumento che, per funzionare, deve entrare nell’ordinarietà.
Governare la prevenzione significa trattarla come funzione ordinaria dell’amministrazione, non come misura straordinaria. Significa osservare il territorio, riconoscerne le fragilità e tenere conto di esse. È un lavoro silenzioso e costante.
Non esistono modelli universali. Ogni territorio è diverso e richiede risposte diverse. La prevenzione non può essere standardizzata ma deve essere un abito sartoriale, costruito sulle condizioni reali, non applicato per inerzia o per mero adempimento di norme.
Un punto decisivo è il presidio del territorio. Quando il territorio è presidiato, il rischio viene intercettato, compreso, decodificato. Dove è assente, il rischio cresce. Senza il presidio non c’è prevenzione, solo attesa dell’emergenza.
Governare significa innanzitutto assumersi la responsabilità nel tempo, che è cosa diversa dal tamponare le cose in presenza dell’evento.
La prevenzione è la misura della qualità di un’amministrazione. Non fa rumore. Ma costruisce sicurezza, credibilità e futuro.
Dobbiamo mutare il concetto di prevenzione, trasformarlo da evento a processo.
Ciliegi in fiore
Effimera
leggiadria.
Petali delicati
dei ciliegi in fiore
riempiono
l’animo,
avvolto
dal candore.
Volo
verso la luce.
Trieste, una sera
Cala
la sera,
il mare
oggi
è tranquillo.
Muri
che rubano
gli ultimi
raggi di luce
attendono
il sonno.
Passi
risuonano
frettolosi.
Tram
trasportano storie
verso il destino.
Ora
qualche stella
sbircia
fra le nuvole.
Una vecchia signora
avanza
altera.
Trieste
si specchia
nel golfo.
Serena
sarà la notte.
Chimera
Gli occhi
sono chiusi.
Ecco—
una rondine
disegna in cielo
simboli di libertà.
Volando
invita a confondermi
con il vento.
Mi stacco dalla terra:
quale gioia
il tuffo nell’azzurro.
Seguo l’immagine
che chiama.
L’anima abbraccia
l’eterno.
Ma la terra
reclama
la sua carne.
Apro gli occhi.
Nei ricordi
si disperde
una chimera.
Cammino
In tanti
viaggiamo,
soli,
verso il nulla.
Un Dio
ci potrà
salvare?
Credere
in Dio
ci potrà
aiutare?
Lo specchio
riflette
la carne
che genera
sogni.
Infiniti
mondi
in quel pezzo
di materia
viva.
Una sera
Alcune foglie
secche –
piano,
dolcemente;
qualche rametto –
sì, così.
Freddo –
cerco un po’
di tepore.
Qualche legno,
lieve fiamma
su una carta,
il calore –
su
verso il cielo.
Camino –
ora tiepido –
aspira,
con avidità,
i primi
fumi.
Dolcemente
la carta
si avvicina
alle foglie –
ormai pronte
ad accogliere
la fiamma.
Leggero crepitio
annuncia:
legno
e
brezza
si uniscono
allo scoccare
della scintilla.
Boato
sempre più forte:
le fiamme
si sprigionano,
i rametti avvampano,
un crescendo inarrestabile –
tempesta senza controllo –
sempre più forte.
Rosso
e
giallo,
la potenza
si esprime –
le dimensioni
scompaiono.
Un’ultima
fiamma
urla
la sua passione.
Poi
tutto
si
placa.
Il fuoco
arde
ancora –
sereno.
Calde braci
ci avvolgono
con il tepore
di un tenero
abbraccio.
Ombre
si muovono
in cerca
del sole.
Ombre
vagano
verso
la fonte
dell’essere.
Ombre
superano
il corpo
che le ha
generate,
per scomparire
nella
luce.
Il vento degli anni,
lento,
inesorabile,
prosciuga
i sogni.
Un soffio
continuo
porta via,
senza posa,
granelli
di forza.
Rimangono
foglie secche
sedimentate
sotto
l’albero
della vita.
calpesto
le mie radici –
mi si stringe
il cuore.
Vedo immagini
che
si perdono
nell’aria.
Fiocchi
di
neve,
come
proiettili
sul
mio
volto.
Ricordi
improvvisi
turbano
il
quieto
inverno.
Cumuli
bianchi
rendono
faticoso
il
lento
cammino.
Sole,
ormai
tenue,
scioglierai
i
freddi
crucci?
Proseguo
indifferente,
sorrido
a
una
foglia
che
cade
con
un’ultima
giostra
di
colore.
Questo referendum, nella fase della campagna elettorale, è stato l’apoteosi del “Lui è peggio di me”, titolo di un vecchio film, tornato — ahimè — attuale in innumerevoli dibattiti politici. Una doccia fredda ha, per un attimo, fermato una deriva che stava portando la discussione politica dalla dialettica, anche dura, sul merito, agli urli sguaiati volti a irretire e a tentare di racimolare qualche consenso. Falsità, ipocrisia, comunicazione insidiosa, realtà parziale, urla e maleducazione l’hanno fatta da padrone.
La caccia esasperata al consenso, finalizzata ad accaparrarsi fette di potere politico, rischia di frantumare il fondamento che permette a tutte le forze che competono per questo potere di accettare regole comuni. In poche parole: la Costituzione, il patto che unisce il Paese. Sono convinto che questa deriva danneggi noi cittadini: ogni attacco profondo al patto democratico comprime le nostre libertà e indebolisce il vivere civile.
A pochi giorni dall’esito referendario, sento che nuovamente tornano a farsi sentire urla sguaiate. Noi semplici cittadini abbiamo comunque qualche arma: ascoltare, vagliare, verificare, ragionare. E non farci trascinare dai propagandisti o dai mestatori di turno.
In fondo, le scelte politiche determinano il nostro futuro, che è cosa ben diversa dall’acquisto di uno spazzolino da denti.
Origini
Affondo
i piedi
nella
nuda
terra.
Ora –
confuso
con
la materia
che
mi ha generato –
sento
radici profonde
che
attingono la vita
dal mistero eterno.
L’energia
fluisce
in me,
per tornare
al principio.
L’eterno cerchio
si
chiude.
La
tua
storia
già scritta
sul
volto.
Sogni,
speranze
affogate
fra rughe
che più
non nascondi.
Luce
degli
occhi
affogata
nelle
lacrime.
Sguardo,
ora
immobile,
attende
la fine,
ormai
prossima,
che
non vuol
vedere.
Ammainata
nei
nostri
cuori.
Come
una foglia
d’autunno –
giaci
fra
ricordi
indistinti.
Forse qualcuno
ti brucerà,
dimenticata
fra indistinto
pattume.
Forse
in molti
già sei
nutrimento
per il seme
della
speranza.
In me rimani
nel fuoco
di uno spirito
mai domato.
Sorgono
improvvise
immagini vaghe:
richiami
di pensieri nascosti.
Paure inconfessate
rendono fragile
l’illusione del reale.
Guardo il selciato:
era di pietra.
Ora vedo fantasmi
riflessi nell’acqua.
Vago
senza sosta.
La pioggia incessante
gela le ossa.
Tenero,
l’abbraccio dell’incertezza
che mi accompagna.
Vortici
di
immagini
inghiottono
i sogni.
Brandelli
di vite
macinati,
ingurgitati
nell’ora
della cena.
Sensi
fiaccati
dalla scatola
delle
illusioni.
Farfalle
ora
larve
informi,
travolte
dal divenire.
una farfalla
su un fiore –
vicina –
immobile –
allungherò la mano?
La prenderò?
Mi fermo –
guardo –
in estasi –
l’attimo.
Siamo all’incrocio di due curve che viaggiano in direzioni opposte: da un lato la crisi fiscale, che taglia risorse, personale e capacità operative; dall’altro la crisi climatica, che spinge verso l’alto la potenza degli incendi. Una morsa che costringe il sistema a fare sempre di più con sempre di meno. Ed è qui, in questa landa desolata, che la macchina antincendio mostra tutte le sue crepe.
Negli ultimi anni, infatti, il sistema è cambiato senza una visione strategica. Riforme, accorpamenti, competenze ridisegnate in corsa hanno generato un decadimento del sistema lento ma costante. La rete che, per gli incendi boschivi, raggruppa: protezione civile, forestali, vigili del fuoco e volontari, oggi è più fragile. Non è solo una questione di risorse economiche: è un problema di relazioni, comunicazione, memoria di sistema.
La soppressione del Corpo Forestale dello Stato nel 2017 è stata un punto di non ritorno. Per decenni il C.F.S. era stato una sorta di spina dorsale tecnica del Paese. Lo scioglimento ha lasciato un vuoto che nessuno ha davvero colmato. Alcune regioni hanno ridistribuito competenze ai Vigili del Fuoco, altre hanno navigato a vista, con responsabilità che si sovrappongono o si perdono nei corridoi della burocrazia. Una trasformazione enorme, un grande viaggio, ma senza una mappa, senza una bussola, senza una rotta.
In Friuli Venezia Giulia, intanto, venivano soppresse le Province. Alla Regione sono arrivate nuove competenze già gestite con affanno come, ad esempio, la gestione faunistica. Queste hanno inevitabilmente spostato energie e priorità. Il Corpo Forestale Regionale, già in difficoltà numerica, ha dovuto fare spazio a tutto questo sottraendo tempo e risorse, in particolare al presidio del territorio e alla lotta agli incendi boschivi. Il risultato è stato l’indebolimento generale dell’azione amministrativa. Un esempio di come le riforme istituzionali, se fatte senza visione, e senza essere guidate, possano generare effetti collaterali pesanti.
A questo è da aggiungere la questione del personale. Gli organici invecchiano, il ricambio è lento, e quando arriva il più delle volte non c’è tempo per un vero passaggio di consegne. Risultato: si perde esperienza, si perdono relazioni, si perde quella continuità che in un’emergenza può fare, e in genere fa la differenza tra contenere un incendio o lasciarlo correre.
Ma il punto più critico non è tecnico, è culturale. Le organizzazioni che dovrebbero collaborare sempre più spesso lavorano come fossero in dei silos, ognuna chiusa nel proprio perimetro burocratico. Meno dialogo, più procedure. Meno condivisione, più compartimenti stagni. E quando manca il coordinamento, anche i dettagli più piccoli, tradiscono il sistema: manichette che non si agganciano tra loro, sistemi di comunicazione e sistemi di comunicazione non condivisi. Sono simboli drammatici di un sistema franato, carico di concrezioni e ruggine.
Sul campo, tutto questo pesa. Pesa quando un mezzo di un’agenzia ostruisce la viabilità impedendo impedisce l’accesso ad altri. Pesa quando un’agenzia non sa dove e come operano le altre. Pesa quando ci sono ritardi nell’attivazione dei soccorsi, quando la logistica è improvvisata, quando la catena di comando sul singolo evento non è unica ma si moltiplica in più catene che si sovrappongono. Pesa, in maniera significativa, quando il Direttore delle Operazioni di Spegnimento, che dovrebbe essere la fonte delle tattiche e della strategia, non è supportato e riconosciuto.
Gli incendi dell’estate 2022 sono stati la cartina di tornasole di un sistema frammentato non riesce a reggere, o a reggere bene a eventi sempre più estremi.
Per uscire da questa spirale non bastano solamente più mezzi e fondi.
Serve ricostruire una cultura comune: standard unici, formazione condivisa, fiducia reciproca, interoperabilità reale, una catena di responsabilità chiara e rispettata. È necessario riprendere a ragionare come un sistema unico, non come una somma di sigle.
Perché le fiamme non aspettano che le istituzioni si mettano d’accordo.
Bruciano.
E basta.
Trieste; 6 marzio 2026
Lucio Ulian